Mi versavo il latte addosso

Mi versavo il latte addosso


Un giocatore d’azzardi

Drammaturgia e Regia di Francesca Rossi Brunori
Con Alessia Bedini
Paesaggi sonori di Emanuele “Manolo” Cedrone
In collaborazione con Associazione Culturale WokArt

Il gioco, il gioco nella vita, il gioco della vita. Il gioco del bambino. Il gioco che ha le sue regole dentro la vita. Il gioco ludico. Il gioco insomma. Il gioco va percorso e dentro il percorso si impara, ci si trasforma e si diventa altro. Così nel mondo del gioco del bambino l’altro diventa qualsiasi figura immaginaria.
Ed è un gioco che non fa male.
Quasi mai.
Forse.

Il gioco che ho voluto considerare è il gioco relativo all’azzardo. Tutto il mondo esterno all’uomo ma purtroppo sempre più presente e quasi “demoniaco”. Il gioco che sfugge di mano e che trascina l’uomo. Non è più l’uomo a diventare padrone del gioco, ma il gioco stesso a portarlo lontano da sé stesso. Allora la trasformazione diventa allontanamento da sé stessi. Ed è proprio questa la dimensione di distacco che ho voluto analizzare all’interno del testo.
Il distacco da sé stessi. La paura di ritornare a sé stessi. E quel momento di grande vuoto che viene riempito dalla paura di perdere tutto. E in questo perdere tutto avviene la perdita totale di sé stessi e delle proprie ricchezze e beni (i punti di riferimento).
Nel testo il personaggio principale si perde nel gioco, dimentica sé stesso, si allontana, ma alla fine ritorna a sé stesso, grazie anche ai ricordi della sua infanzia, a dei piccoli momenti di verità che gli ricordano chi davvero è.

Si tratta di un monologo sia vocale che musicale. La voce femminile, che indaga la dimensione di fragilità, corre accanto a quella musicale. La sonorità è un tutt’uno con la voce e la voce con il paesaggio sonoro: esso scivola in continui mutamenti, gli stessi che percorre la protagonista.

Francesca Rossi Brunori

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Luglio 13, 2013